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Friday, December 19, 2008

I dilemmi della crisi

Ouverture: sui dilemmi e sulla crisi

La crisi genera dilemmi, perché l’incertezza e il disorientamento rendono plausibili nuove strade da seguire, mai percorse o finora semplicemente evitate. L’attuale sconvolgimento che va sotto il nome di crisi, prima finanziaria, poi economica, infine -- plausibilmente -- valutaria (è sufficiente vedere ciò che accade giorno dopo giorno alla sterlina inglese, in piena spirale svalutativa), è stata correttamente definita una “once-in-a-lifetime crisis”, a sottolineare la componente di cambiamento strutturale che l’accompagna. Non c’è contingenza in questa crisi, ma soltanto trasformazione radicale, transizione da un disordinato ordine mondiale ad un nuovo, forse più -- forse meno -- caotico ordine globale.

La crisi genera dilemmi e paradossi, quando gli effetti collaterali vengono additati come le cause prime del “terremoto”, dai global imbalances estremi alla de-regolazione (e mal-regolazione) scellerata, mentre le cause prime vengono messe da parte come effetti collaterali, sciocchezze delle quali non curarsi, dalla transizione verso una nuova “egemonia” asiatica, all’impossibilità di perpetuare un modello di società basata sulla chiusura culturale, sull’insostenibilità ambientale, sul consumo sfrenato e sugli idrocarburi, sulla concezione positivista di un progresso e di una crescita emancipatrice e senza limiti.

La crisi genera dilemmi e regresso intellettuale, quando la risposta al tracollo di un sistema fondato sul tentativo di estendere il “mercato” ad ogni fase, ad ogni momento e ad ogni aspetto della vita umana -- compresi i sentimenti, il patrimonio genetico, l’immaginazione -- è basata essa stessa sulle logiche del mercato. La stessa pochezza politica e morale si ritrova dal lato opposto del pendolo che oscilla fra mercato e stato, nel campo della “pianificazione”: crisi diventa la parola chiave per il “potere senza potere” nazionale e si tramuta nel grimaldello per scardinare ogni diritto, per eliminare ogni “sapere assoggettato”, per annullare ogni dominio delle regole condivise, per riportare in auge il dominio del sospetto, del populismo, della violenza “giusta”, per imporre l’unica verità possibile.


Chiusura: un valzer dell’inconsistenza

La crisi che stiamo vivendo è una danza su di una splendida barca che affonda, è una crisi dei corpi e delle menti, è un rilassato oblio di inconsapevolezza che si muove sulle note di un valzer dell’inconsistenza, un oblio quasi completamente ignaro delle voci delle poche cassandre attente, rivoluzionarie e cosmopolite. In ballo non c’è il capitalismo, che sulle proprie contraddizioni, catastrofi e rivoluzioni fonda la propria forza e persistenza, ma soltanto il capitalismo come lo conosciamo oggi; in ballo non ci sono solamente le conquiste sociali di secoli di lotte. Nel grande gioco della crisi è in ballo la capacità della politica di suggerire una direzione, anche se plurale e politeista, alla comunità umana, nonché la possibilità della politica stessa di tornare ad essere lo strumento principale che gli uomini si sono dati per governare il conflitto e condividere il potere.

Dopo la crisi, il governo sarà ancora la più grande riflessione sulla natura umana, come diceva Madison, uno dei padri del federalismo americano? Saremo in grado di non soccombere di fronte a noi stessi e alle nostre creazioni, uniche vere minacce alla Pace Perpetua? Riusciremo a scardinare i duri sedimenti istituzionali, culturali ed economici che oggi ci offuscano la vista e rendono il mondo una grande “fiera delle non-vanità”? Saremo in grado di sfruttare appieno la logica aperta della nostra creatività, i campi inesplorati del nostro sapere e della nostra fantasia, per trovare nuove strade, nuove forme e nuovi spazi di ampio respiro per l’agire politico?

Tra il rischio di un olocausto nucleare e quello di un suicidio ecologico, l’umanità può ancora dimostrare che la sua intelligenza superiore non è un errore dell’evoluzione (E. Mayr) e che la politica non è ormai soltanto un triste valzer dell’inconsistenza, perché è senz’altro vero che in ogni momento di crisi si nascondono le premesse e le opportunità per creare un mondo migliore. Come suggerisce il poeta Hölderlin, là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che si salva.

Tuesday, November 4, 2008

4 Novembre, festa dell'Unità Europea

Su Eurobull.it ho provocatoriamente sostenuto che il 4 novembre, festa delle forze armate e dell'unità nazionale in ricordo della "vittoria" italiana nella I Guerra Mondiale, dovrebbe essere dichiarata "festa dell'unità europea" e che le uniche forze armate veramente degne di ringraziamento sarebbero quelle di un auspicabile esercito europeo, capace di trasformare l'Unione in una vera potenza civile (senza contare i risparmi economici sui bilanci nazionali, molto importanti in questi tempi di tagli generalizzati).

E' interessante e allo stesso tempo preoccupante seguire giorno per giorno la cronaca di questo revival nazionalista che sta investendo tutto il vecchio continente.. sopratutto per provare a capire in che modo un sentimento di appartenenza identitaria tipico del '900 possa evolversi nel contesto della de-nazionalizzazione che stiamo vivendo; ancora più affascinante è poi osservare la mistificazione all'opera, la ricostruzione attenta del passato e la reinvenzione dei miti mai esistiti.

D'altronde lo Stato, così come il perseguimento del "destino nazionale", sono semplici costrutti istituzionali e sociali, meccanismi assolutamente non universali ma ben collocati storicamente nel lungo percorso degli eventi umani; casomai l'unico destino sovraindividuale possibile a questo mondo potrebbe essere quello appartenente all'intera umanità, posta difronte alla scelta se autodistruggersi in un olocausto ecologico e nucleare o salvarsi per mezzo di un cambiamento radicale, una rivoluzione pacifica che attraverso delle istituzioni democratiche globali assicuri l'impossibilità dei conflitti armati e faccia prevalere la forza del diritto sul diritto della forza.

La divisione in stati nazionali della comunità umana è cosa obsoleta e pericolosa ma, come citava qualche tempo fa l'Irish Times "we humans are quite good at building new institutions in response to changing circumstances. Unfortunately, we can be a bit slow about dismantling older ones, and often focus more on the institution than on the job it is supposed to do." Sta al nostro coraggio e alla nostra fantasia andare oltre le categorie ed i muri concettuali esistenti, ricordandoci ogni volta quello che dicevano i primi astronauti che guardavano ammirati il nostro pianeta: "dall'alto la Terra non ha confini, nè frontiere".